Gaia Serena Simionati: una curatrice atomica!!!

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01 Giugno 2010

“Un arabo non è superiore a un persiano né un bianco a un nero, tranne che in timor di Allah. Tutto il genere umano discende da Adamo e Adamo fu creato dalla polvere”
Maometto, Discorso di addio



Abbiamo incontrato a Milano, caso più unico che raro, la vulcanica Gaia Serena Simionati. Critico d’arte e cinematografico, curatrice indipendente oltre che giornalista, autrice e art adviser per collezionisti privati e non; parla sei lingue, ha due lauree, è consulente finanziario con un master in Asset Management.


Vera amante ed esperta d’arte, anche come investimento, da sempre vicina al mondo medio orientale, si è specializzata in arte contemporanea internazionale con un interesse particolare per gli artisti di matrice pan-araba di cui ha recentemente curato una mostra di successo a Chelsea, New York, dal titolo Barakat -The gift.

Giulio Cattaneo: Com’è avvenuto l’incontro con i paesi e la cultura araba e israeliana? Com’è iniziato il tuo interesse verso questo mondo?

Gaia Serena Simionati: La mia prima esperienza nel mondo arabo o mediorientale avviene all’età di quindici anni per motivi privati connessi alla salute e alla mia identità. Ho trovato in quei luoghi tra cui Giordania, Egitto, Israele per citarne alcuni, un vero e proprio centro internazionale di rinascita sia fisica che spirituale che ha curato le mie malattie.

Da quest’esperienza ho in seguito sviluppato un profondo interesse verso l’arte e la cultura di questi paesi, visitando i pochi musei, ma soprattutto conoscendo direttamente di persona gli artisti. Il mio è stato un accumulo continuo di esperienze dirette, unito poi a un’ulteriore, abissale e incessante attrazione verso la loro cultura multietnica, trasversale e sedimentata.

Ho iniziato anche a parlare la lingua araba, tra le più belle al mondo, così ricca di poesia, cosa che l’occidente tutto, così banalmente economico, ha perso; Sabah el ful, solo per farti un esempio, il loro buon giorno, letteralmente si traduce con: “sia il tuo mattino pieno di lilium bianchi”.

Con ulteriore sorpresa ho poi scoperto una grande emozione, umanità ed empatia nelle persone stesse, emblemi e risultato del loro linguaggio, cose che, ahimè oltre alla poesia, sembra si stiano perdendo in gran parte dei paesi occidentali.

G.C. I paesi islamici però non sono tutti uguali e soprattutto non tutti sono tolleranti e liberi…

G.S.S. Non è mai interessante generalizzare né seguire clichè stupidi, dettati da media ancora più inebetiti o pilotati. Un caso non fa la regola, sennò anche in Italia, per chi ci legge dall’estero, il caso dello zio pugliese ci farebbe sembrare tutti, dal Veneto alla Calabria, tremendi assassini no? Inoltre tendo sempre a separare tra le scelte politiche dei governi e le popolazioni, spesso semplici vittime di mancate democrazie. Un po’ come da noi!

Le diversità tra i vari paesi sono comunque abissali, soprattutto nei confronti delle donne, dove si assiste a disparità incredibili che io non condivido, ma anche a esempi di donne leader e forti, rispettate e salde, veri capi e gestori della famiglia o di aziende. Una moltitudine di significati e contrasti profondi pervade indubbiamente questi paesi: la religione, la spiritualità, la guerra, la violenza. Sono una serie di sensazioni dicotomiche che smuovono, all’interno delle persone sensibili che le riescono ad apprezzare, delle grandi riflessioni.

Personalmente sono come una spugna che assorbe tutte questi impulsi che rimangono indelebili, una volta vissuti. Ricordo ancora all’età di quindici anni, in uno dei miei primi viaggi, quando uscita da una chiesa a Betlemme sono stata coinvolta in una sparatoria dove dei cecchini dai tetti delle case hanno aperto il fuoco sulla folla, mentre uscivo dal sito sacro di Gesù. Si vive in un continuo stato di tensione, misto tra spiritualità e violenza, tra misticismo e potere, che inevitabilmente poi porta a delle serie e importanti svolte, anche animiche. Si apprezza di più la vita in tutta la sua pienezza, fatta di sfumature sia calde che fredde.

G.C. Com’è da donna lavorare in questi paesi? Come sei vista? Hai trovato molte difficoltà?

G.S.S. In genere tendo sempre a non ragionare per distinzioni sessuali, ma come essere umano. Sentendomi donna. O a volte uomo. Forse proprio perché riconosco la mia anima doppia e completa che, non essendomi mai posta il problema non ho mai sentito differenze, o soprusi. L’energia è circolare e quello che emani torna indietro allo stesso modo. Devo dire invece che ho trovato grande stima e rispetto per la mia cultura, sia essa maschile o femminile, cosa che invece in Italia non avviene spesso.

G.C. Parliamo dei tuoi lavori, in particolare del tuo libro: Aish: pane e vita. Un altro islam, un'altra arte, che hai pubblicato in due lingue italiano e inglese, con Skira e presentato ad Art Dubai e a New York.

G.S.S. Aish, in arabo significa vita. E, dalla stessa radice, in dialetto egiziano, pane. Il titolo di questo libro, Aish: pane e vita. Un altro Islam, Un'altra arte, l’ho costruito sull’importanza del “nutrimento” inteso come arricchimento interiore e scambio perché, ogni volta che si visitano i paesi arabi, più che spesso accade che qualcuno spezzi il suo pane e te ne faccia dono, sia esso offerto dal tassista in macchina, da un beduino nel deserto o da un bambino per la strada.

Questo libro nasce non solo come caleidoscopio e focus sulle situazioni artistiche contemporanee di tutti questi paesi (22), ma anche dall’esigenza di abbattere muri preconcetti e stimolare il dialogo, mostrando con immagini e parole, aspetti dell’arte e dell’Islam che in Occidente sono molto spesso negletti: l’amore per la vita, per il prossimo, per la pace; l’accoglienza calorosa degli arabi, il loro rispetto per il diverso, la loro forte creatività data da sofferenze intime o sociali.

Aish è un progetto nato dall’idea di portare in occidente quello che avviene nel medioriente. Sono rimasta molto impressionata dal fatto che ovunque viaggiassi, sia in Egitto che negli altri paesi, mi venisse offerto sempre un pezzo di pane. Un gesto semplice, ma grandemente simbolico, dato che il pane è eucarestia, comunione, è vita, oltre che alimento. In quei paesi c’è sempre stato qualcuno pronto a un gesto di solidarietà, all’aiuto, allo scambio, pur avendo già grosse difficoltà personali.

Da questa esperienza e da quel gesto, siccome il passo dalla vita all’arte è inevitabile e strettamente ancorato, è nata l’idea di una mostra concepita per Palazzo Reale a Milano, focalizzata sul Moyenne Orient, ideata da me invitando artisti mediorientali, ormai noti tutto il mondo, che in Italia o sono ignorati o si continuano a conoscere poco.

Le cause? Forse la mancanza di un’apertura mentale e culturale generale per paura di conoscere e accettare il diverso che spesso si teme, forse per la grettezza a livello politico o l’arretratezza culturale ancora salda al XVI secolo e ai suoi fasti, che a volte riguarda anche il sistema dell’arte di curatori e galleristi. Forse tecnicamente e semplicemente la permeata e diffusa incapacità degli italiani di parlare le lingue straniere. Problemi politici interni al Comune di Milano (Sgarbi era stato destituito dalla sua carica di assessore alla cultura dopo le polemiche con il Sindaco Moratti n.d.r.) e la poca propensione al diverso, che aleggia nel nostro paese da tempo, hanno fatto si che la mostra, senza un vero motivo, non venisse mai realizzata. Ed è per questo che lavoro all’estero, da dove siamo spesso visti come incapaci o disonesti.

G.C. Nemmeno il collezionismo italiano è vicino all’arte contemporanea di questi paesi?

G.S.S. No non è vero. I collezionisti iniziano ora a stimare e ad aprire le loro case a questi paesi. Alcuni degli artisti con cui ho lavorato sono: l’iraniana Shadi Ghadirian, l’iracheno Adel Abidin, il palestinese Nida Sinnokrot, l’egiziano Wael Shawky, molto apprezzati che hanno riscosso diverso successo anche all’estero, di cui ho curato una mostra in Italia dal titolo Tawassol-Contact nel 2007. Un'altra coppia di artisti interessanti è quella che lega i fratelli iracheni Halim e Sami al Karim, a un destino difficile e quindi a grandi risultati artistici. Inoltre la palestinese Larissa Sansour, Nabil Nahas, libanese egiziano e molti altri.

Un sensibile collezionista che devo ringraziare per la sua amabile disponibilità, è Giorgio Fasol. Indubbiamente il primo e uno dei pochi che è ha avuto la giusta visione per capire il valore di questi artisti. Quando a Verona curai Tawassol, che in arabo significa Contatto, con artisti provenienti dalla Turchia, dalla Palestina, dall’Iran, dall’Iraq e dall’Egitto, Fasol acquistò molte opere che successivamente furono esposte in una ulteriore mostra dedicata alla sua elegante collezione al Mart di Rovereto, donando così visibilità agli artisti.

Devo sottolineare il fatto che questi giovani erano pressoché sconosciuti in Italia, ma molto apprezzati invece all’estero dove avevano già esposto in diverse importanti istituzioni. La stessa mostra veronese, mi è stato detto, ha riscosso un notevole interesse da parte del pubblico in una città curiosa che, da tempo, dopo la chiusura di diversi spazi anche museali, non proponeva situazioni di scambio culturale come quella che si è cercato di offrire in Tawassol.

G.C. L’arte come una possibile via per la conoscenza e la tolleranza?

G.S.S. Certamente e non solo. Conoscere il “nemico”, così come sfortunatamente a causa di questa stupida e sterile islamofobia lo vedono molti, è fondamentale per capirlo e avvicinarci alla sua esperienza che, se non altro, serve per arricchirci interiormente e scambiare. La stessa esperienza del libro Aish o di Tawassol è stata fondamentale per mettere in contatto artisti di paesi così diversi e spesso in conflitto tra di loro come per esempio Israele, la Palestina, l’Egitto e l’Iran. Solo attraverso lo strumento neutro dell’arte, capace di distendere e riappacificare gli animi, di creare dialogo e fungere da ponte anche in modo ironico, sdrammatizzando o commuovendo, credo che si possa dare vita ad una utile liason che riavvicini i popoli e che li faccia dialogare.

G.C. Come nasce invece l’ultima tua mostra, Barakat-the gift, che hai curato alla galleria Stux di New York? Com’è vista l’arte di questi paesi in America?

G.S.S. Barakat, in arabo benedizione, è stato un successo di interrelazioni, molto fruita anche dai media americani oltre che dal pubblico. Il progetto è una costola di sviluppo di Aish, estrapolando alcuni di quegli artisti che non ho mai fatto a Milano che invece New York ha accolto con la sua proverbiale e immutata apertura data da un melting pot consolidato. Anche qui l’interesse e la sensibilità del gallerista sono stati fondamentali. Di origine ebraica, l’attività di Stefan Stux prosegue da oltre quarant’anni e il suo spazio di Chelsea, di circa 500 mq, è architettonicamente rilevante, perfetto per una tale esposizione. Ho portato nella sua galleria dodici artisti mediorientali tra cui tre iraniani, un turco, due iracheni, un egiziano, un libanese, con questo dimostrando egli un’intelligenza del dialogo e un’apertura geniale.

Il livello di profondità espresso da ciascun artista nel rivelarci come egli vede la propria benedizione oggi, da diversi punti di vista, siano essi geografici, politici o religiosi, è diventato come un momento sacro di riflessione sugli scambi culturali a New York. L’attenzione dei media è poi persino aumentata quando un prete decideva o minacciava di bruciare il Corano, andando proprio contro quello spirito ingenerato dalla mostra che si stava chiudendo l’11 settembre, anche per commemorare e riaprire il dialogo verso il perdono, dopo nove anni dalle torri gemelle.

Per me è stato come un atto sciamanico di ricucitura, forse solo a livello di energie sottili e impalpabili immediatamente, ed è stato importante penso, sia per la cultura americana che per gli artisti stessi.

Dopo l’11 settembre 2001 la visione sugli stranieri è cambiata anche in America, ma credo che l’arte possa essere il giusto viatico per una riappacificazione degli animi. Non a caso il saggio che ho scritto per il catalogo di Barakat, l’ho titolato Yes we can, Inshalla! Se Dio vuole possiamo farcela, che unisce lo slogan di Obama, alla radice del suo nome Barak Benedetto, all’icona araba. Lo stesso fatto che un gallerista ebreo abbia senza problemi accettato di ospitare degli artisti arabi è stato un gesto eclatante. Così come il fatto che a New York, a Chelsea, si sia realizzata una mostra di soli artisti mediorientali. Forse proprio partendo dal piccolo si può arrivare al grande.

G.C. Quali sono le poetiche degli artisti ospitati nella mostra?

G.S.S. Derivano dalle esperienze personali miste alla cultura del loro paese d’origine, con l’aggiunta di un animo internazionale e viaggiatore, in sostanza nomade.

La forte copertina del catalogo, con un’opera dell’artista turco Baris Saribas, dove compare un aereo B52 nell’atto di sganciare un missile superintelligente, riflette sull’assurdità della violenza e della guerra che sembra essere diventata l’unica forma di “benedizione” contemporanea. Basarsi sulla violenza per ottenere qualcosa, per creare prospettive, è assurdo. Il discorso di Baris è anche ironico e provocatorio ed egli si domanda se questi missili superintelligenti saranno in grado di fare retromarcia e tornare a casa per evitare stragi e dolore inutile.

I lavori di Azimi invece riflettono sul connubio ormai conclamato di Iran = bomba atomica, dimenticando che moltissimi paesi la possiedono. Altri suoi lavori invece si focalizzano sulla traslazione e rilettura dei simboli occidentali in orientali e viceversa. Un esempio è l’opera della foto della colonna traiana di Roma, dipinta di verde, che riprende il colore della rivolta iraniana.

Maïmouna italo senegalese convertita all’islam, approfondisce nei suoi lavori la cultura della comunità Muride, una corrente mistica sufica praticata soprattutto in Senegal, dove la purificazione avviene tramite lo sputo del latte, simbolo di purezza.

Shadi Ghadirian, fotografa iraniana apprezzata e conosciuta già in tutto il mondo, riflette sulla violenza maschile e sulle potenzialità del gesto femminile ripercorrendo anche la tradizione persiana della poesia e seduzione femminile, da Sherahzade in poi.

Non possiamo comunque dimenticare le situazioni devastanti che la maggior parte di questi artisti hanno dovuto subire. Spesso sono “evasi” dai regimi dei loro paesi o dalle guerre, vivendo così in una diaspora perenne; anche a livello emotivo non hanno potuto creare una base solida e stanno cercando ora di farlo e ricucire i frammenti dolorosi delle loro esistenze.

Emblematico è il caso dei due artisti iracheni, i fratelli Al Karim, che nella guerra hanno perso la famiglia e loro stessi. Uno rinchiuso ad Abu Ghraib, ha subito delle violenze indescrivibili, mentre l’altro è stato costretto a nascondersi in un buco nel deserto protetto da un beduino per ben tre anni. Solo dopo 10 anni si sono ritrovati in America. Questi sono drammi molto importanti e difficili spesso da capire in un’Italia che vive di frivolezze quotidiane da rotocalco di terza categoria o da soap opera patinata peggio di quelle peruviane, avendo di tutto troppo e subito pronto all’uso. Da questi drammi, da queste esperienze, penso che si alimentino gli artisti e trovino la forza poetica per le loro opere.

G.C. Dove vivono e lavorano questi artisti?

G.S.S. Senza generalizzare, ma cercando punti di tangenza, la maggior parte di loro non lavora nel paese di nascita, anche perché sarebbe molto difficile in un contesto di conflitto trovare la serenità fondamentale per produrre e creare.

Trovo comunque in loro una personalità camaleontica, cosmopolita, dettata forse anche dalla globalizzazione, una propensione al continuo viaggiare e spostarsi che spesso è più difficile trovare negli artisti occidentali; parte di questo è sicuramente intrinseco nel loro dna, sono popoli nomadi, pronti al repentino cambiamento, all’adattamento e alla conoscenza di almeno tre lingue.

G.C. Come vedi la situazione culturale italiana?

G.S.S. Non buona, a partire dalla chiusura che spesso caratterizza il pensiero di alcuni politici. Siamo il fanalino di coda per quanto riguarda l’arte contemporanea nel mondo.

Più che un sistema dell’arte, manca un’intellighenzia e una sensibilità in primo luogo della classe politica che pensa più a oscuri giochi economici che finiscono per obnubilare tutto il resto.

A Milano abbiamo esempi meravigliosi d’istituzioni private, frutto di personalità illuminate, che hanno saputo costruire e trasmettere un patrimonio artistico di primo livello, purtroppo di un passato che inizia a diventare remoto: mi riferisco alle case museo Bagatti Valsecchi, Boschi di Stefano e Poldi Pezzoli.

Questi illuminati collezionisti sono riusciti nell’800 a capire le potenzialità dell’arte e a trasmettere un gusto raffinato in ogni dettaglio fino ai giorni nostri. Questi sono solo alcuni esempi che non siano solo mero collezionismo fine a se stesso, ma indagine preliminare e conservazione del gusto nei secoli.

Negli Emirati Arabi, Abu Dhabi, Dubai o in Qatar stanno capendo che creando opportunità, spazi per l’arte, musei, possono portare un grosso indotto. Anche economico. Questo è quello che pare ancora che non si recepisca in Italia.

Il nostro paese è intriso di storia, di cultura; è come se l’Italia fosse proprietaria di una miniera d’oro, (la cultura, l’arte) le cui istituzioni si vedono incapaci di sfruttarla, solo perché estrarlo, (cioè mettere in luce questo valore) costa. Assurdo! Si deve sempre aspettare l’intervento di qualche privato e questo non è socialmente utile.

G.C. Quali sono i tuoi prossimi progetti?

G.S.S. Sto lavorando ad una doppia grande mostra nella fondazione museo Maraya Art Center, che si terrà con doppia apertura il 18 e 19 marzo a Sharjah, uno dei sette emirati degli EAU e sarà in concomitanza con Art Dubai, una fiera d’arte che in soli quattro anni è diventata potentissima a livello internazionale scalfendo fiere rinomate come Fiac a Parigi o Frieze a Londra. Gli stessi Emirati si stanno organizzando e specializzando in vari settori: se Dubai con le gallerie e il commercio ne è il polo economico, Sharjah si sta invece specializzando come centro prettamente culturale offrendo già da molti anni un’interessante e riuscita biennale d’arte con la presenza di artisti internazionali di alto livello. Abu Dhabi, sarà invece la sede di molti musei internazionali che realizzeranno con le archistar alcune loro filiali.

Al Ghaib (in arabo sparizione n.d.r.), Aesthetics of the disappeareance, sarà il titolo della mostra che curerò affrontando il tema vasto della sparizione su più fronti; innanzitutto di ego dell’artista o dalle opere, il cui maestro è di sicuro De Dominicis.

I trenta artisti internazionali di 15 paesi diversi: italiani, svizzeri, francesi, inglesi, americani, iraniani, azerbajani, iracheni, palestinesi, greci, turchi che ho invitato, lavoreranno liberamente intorno a questo tema, ciascuno riflettendo su cosa sta sparendo oggi, in un chiaro confronto tra est e ovest.

Credo che quando e se l’artista riesce veramente a “togliersi” dall’opera, e a fungere solo da medium, in quel momento può apparire il divino, si manifesta il sublime e nascono dei capolavori. Questo tema forte, si presta a molteplici letture che voglio contribuire ad analizzare e a portare alla luce. La versatilità stessa della tematica aprirà infiniti differenti spunti d’indagine: da quelli spirituali a quelli prettamente estetici.

Grazie al contributo di questi artisti, i cui lavori sono di una potenza incredibile, legati come sono a tematiche socio-politiche serie ed importanti, la mostra avrà sicuramente un forte impatto sia sulla cultura del mondo arabo che per quanto riguarda il mondo occidentale. Questo tipo di arte, lontana dagli stereotipi occidentali di moda e glamour, affronta con serietà tematiche sociali d’estrema importanza riflettendo su situazioni estreme che nel mondo sono presenti senza che la gente se ne renda sufficientemente conto.

Una parte della mostra sarà anche dedicata alla sparizione della natura e del pianeta; sono già molti gli artisti che stanno lavorando su questa tematica, di fondamentale importanza. Almeno loro! Dato che ai ruler non interessa.

G.C. Non possiamo però pensare che Dubai sia un esempio di ecologia, semmai è l’esatto opposto.

G.S.S. Infatti. Su questo ti do ragione, Per questo in generale una mostra sulla Sparizione serve anche da ponte alla riflessione aderente al territorio stesso. C’è da dire che oltre che di una estesa cementificazione, li sono stati vittime di una speculazione edilizia, di una costruzione affrettata del territorio, annessa ai grandi fondi finanziari. Il problema principale, questo a livello mondiale, è l’arricchimento sempre di pochi eletti a discapito del pianeta e delle popolazioni povere. Ricordiamoci che anche l’italia è una grandissima vittime di una cementificazione irrazionale e selvaggia. Milano, poi, ne è un esempio eclatante.

G.C. Non credi che lo spostamento verso oriente del mondo dell’arte possa essere solamente un sintomo derivato dalla crisi economica?

G.S.S. Non credo che il motivo fondamentale sia questo. Ci sono ancora molti paesi occidentali che sono “ricchi”. Credo invece che abbiamo iniziato ad avere più visibilità artisti di quelle regioni che prima magari non avevano le possibilità, le scuole, i sistemi per esporre, le accademie o le fiere. Non mi occupo comunque molto dell’aspetto economico: quello che posso rilevare è che una fiera come quella di Dubai in pochi anni ha saputo diventare un punto di riferimento importante a livello internazionale, raccogliendo consensi critici e numerosissime presenze di stampa internazionale, grazie all’intelligenza di John Martin, mentre solo per fare un esempio MiArt, da venti anni non riesce ancora a sfondare, a farsi un nome al di fuori dei suoi piccoli confini.

In Italia manca una visione internazionale delle cose, manca un sistema lontano da interessi clientelari di eventi corollari, che in medio oriente hanno saputo invece creare con successo. Non possiamo considerare Milano come una città povera, eppure MiArt non raccoglie consensi tra gli addetti ai lavori; nemmeno artefiera Bologna muove un interesse a livello internazionale come fanno invece Parigi, Basilea Londra e New York.

Fino a quando gli attori in gioco in Italia saranno sempre gli stessi e si parleranno addosso senza confronto, non ci sarà mai modo di crescere e confrontarsi: dobbiamo ancora imparare a metterci in gioco a livello internazionale per vedere quanto valiamo. Ed è quello che cerco di fare io. Le sfide mi sono sempre piaciute, fin da piccola, se non altro per crescere!

G.C. Credi che questo discorso valga anche per artisti e curatori, spesso ancora troppo provinciali? Chi stimi?

G.S.S. Certo. Gli esempi di artisti e curatori italiani che valgono a livello internazionale si contano sulle dita delle mani. Gioni è uno tra i giovani curatori che stimo a livello internazionale. Tra gli artisti, esclusi Cattelan, la Beecroft e pochi altri, non mi sembra che ci sia un grande interesse. Non siamo un paese povero, abbiamo un sistema dell’arte abbastanza sviluppato, ma i giovani talenti non riescono ad affermarsi e, quando accade, devono subito andare all’estero perché le Istituzioni li abbandonano lasciando l’incombenza ai soli privati.

Giulio Cattaneo

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