Intervista al critico curatore Gaia Serena Simionati

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08 Agosto 2011


Ha inaugurato lo scorso otto agosto la mostra Lampedusa, un tuffo nella cultura mediterranea dell’Emergenza. Un tuffo nell’Emergenza della cultura mediterranea, nelle sale del Museo Archeologico di piazza Castello, riaperto per l’occasione dopo dieci anni, ma anche coinvolgendo l’isola intera con performances e installazioni ambientali, che hanno visto partecipi pescatori e abitanti del luogo. La mostra, ideata e curata dal critico Gaia Serena Simionati, è un ponte tra 20 artisti di paesi in “Emergenza”, ma non solo; traendo spunto da questo titolo e rafforzandolo, si è così voluto far conoscere la bellezza dell’isola di Lampedusa, ultimo luogo dell’Europa, primo avamposto dell’Africa, per antonomasia una terra di scambio, ponte culturale e lembo di ristoro nel Mediterraneo.



L’esposizione, che sarà poi ospitata a Palermo e a New York, città simbolo del meticciato e luoghi da sempre di scambio tra culture differenti, raggruppa una ventina di artisti internazionali, di paesi come l’Austria, l’Azerbajan, la Bulgaria, la Georgia, l’Iran, l’Iraq, l’Inghilterra, il Kosovo, la Macedonia, la Palestina, la Svizzera oltre che l’Italia, si pone come punto di cambiamento per l’assetto culturale dell’isola, troppo spesso vessata da continue cronache negative per i problemi legati all’immigrazione.

Per l’occasione abbiamo intervistato la curatrice, Gaia Serena Simionati, per capire cosa l’ha spinta ad inoltrarsi sulla piccola isola del mediterraneo per realizzare il suo progetto.

Giulio Cattaneo: Sei tornata a lavorare in Italia con la mostra LAMPEMUSA, Un tuffo nella cultura mediterranea dell’Emergenza. Un tuffo nell’Emergenza della cultura mediterranea, dopo varie esperienze all’estero. Solo negli ultimi mesi hai curato mostre soprattutto in Medioriente, negli Emirati Arabi, a Teheran, a Istanbul e New York, ma ancora con un forte gruppo di artisti internazionali. Cosa ti spinge a preferirli agli italiani?

Gaia Serena Simionati: Si da un lato è vero gli artisti internazionali sono molto professionali e dè facile lavorare con chi è umile pur avendo esposto nei più importanti musei del mondo. In realtà la mia mostra, Lampemusa, include anche diversi italiani; otto su venti. Tra di essi cinque sono lampedusani o siciliani trasferitisi sull’isola. Li considero artisti eccezionali, pur essendo giovani. Come molti artisti internazionali hanno genialità e umiltà, le due doti che m’interessano per poter lavorare creando sinergie costruttive e mostre “particolari e forti”. Cresciuti affrontando sbarchi di stranieri da più di 15 anni, la storia personale di questi artisti fatta di accoglienza e scambio, ha accresciuto la loro maturità e, arricchendoli, probabilmente li ha fatti riflettere sulla diversità, offrendo materia “viva” di riflessione. Sono così abili videomaker, cantatori, musicisti, registi, scultori, pittori e fotografi; questo gruppo di artisti è “onnivoro” ed è capace di esprimersi in tutte le forme d’arte. Avviene che molti di essi usino nelle opere proprio i resti degli oggetti degli immigrati, i loro libri di preghiere, le cose a loro care, i loro vestiti; tutti oggetti pregni della loro energia, che in qualche modo viene alchemicamente trasformata in poesia e restituita al mondo attraverso l’operato artistico.

GC: Lampedusa, come hai giustamente scritto, terra “martoriata da giornali, notizie nefaste e dissacranti, spesso ingigantite”; cosa ti ha spinto ad organizzare una mostra d’arte contemporanea nel punto più estremo dell’Europa?

GSS. Premesso che io lavoro spesso sull’Emergenza e in Emergenza, cioè di corsa e con pochi fondi, i motivi che mi hanno spinto sono principalmente tre.

Per prima cosa ho voluto fare un gesto di solidarietà verso la generosa popolazione e i suoi artisti portandoli inizialmente a far conoscere in una mostra a New York dove hanno avuto un grande successo. Amando le sfide, ho voluto lavorare al contrario rispetto alle banalità e ai resoconti ingiusti di certi giornalisti che hanno rovinato, con racconti mefistofelici, la possibilità a tante persone di venir a scoprire una terra meravigliosa, un mare cristallino e l’aria più pura d’Europa. Basti pensare che i metereologi studiano qui campioni di aria purissima e fenomeni atmosferici come la ionizzazione presente nell’isola, grazie a cui il cervello si ossigena di più, per una maggior presenza di ioni. Questo purtroppo i giornali non lo riportano mai, anzi vivono nel buio di cronache nere e spesso fasulle. Così come non riportano il fatto che grandi intellettuali e artisti sia della musica che del cinema che dell’arte soggiornano qui e usano l’isola di Lampedusa come MUSA, fonte di bellezza, creatività e forse, grazie al cervello più ricco di ossigeno, producono grandi capolavori come il film NuovoMondo di Emanuele Crialese che ha vinto il Leone d’argento e con Terraferma ha avuto a Venezia 15 minuti di applausi, oltre che il premio della giuria.

Secondariamente volevo un punto di osservazione esterno, ai limiti. Essendo quasi in Africa, mi ero illusa che da lontano il bel Paese apparisse diverso e migliore. Volevo vedere come possiamo apparire agli occhi di tutti questi nord africani.

Per finire, cercare di portare avanti una sorta di sensibilizzazione dell’Italia, dell’opinione pubblica, e di alcune classi dirigenziali politiche sul fatto che la realtà dell’immigrazione può avere una logica e vista come scambio può far fruttare il dialogo e l’arricchimento. Ricordando che l’energia è circolare e che le cose tornano, questi migranti sono un po’ come gli italiani che sono emigrati negli USA a inizio ‘900 compiendo là e non, in Italia la loro fortuna. In realtà, se si continua così, e con la crisi che tocca tutti, presto potrebbe succedere anche a noi di dover invertire la rotta e andare a trovar fortuna in Africa. O più a Nord. Del resto anche l’Italia è a Sud di qualcos’altro.

GC: Dal comunicato dell’esposizione si legge “Finalmente l’antibiennale!”. Pura e semplice provocazione oppure aperta critica all’esposizione veneziana, con qualche riferimento al Padiglione Italia?

GSS: Non è una provocazione. Il padiglione Italia ha deluso tutti persino gli artisti stessi. Degli inconsapevoli. Le critiche dell’intellighenzia artistica internazionale ne sono la conferma. Quando si smetterà di fare “Markette”, forse il paese crescerà e i talenti veri non saranno più costretti a emigrare e a provocare un’irreparabile e fatale “FUGA di CERVELLI”. E poi perché mi domando non chiamiamo EMIGRAZIONE anche la nostra, quella dei nostri intellettuali e scienziati che vanno in USA, in Gran Bretagna o in Svezia? Forse è solo perché prendono l’aereo anzichè la barca?

Sgarbi invece è solo una vittima di un sistema che gli si è ritorto contro. E’ un dato di fatto invece che l’Italietta da qui appare proprio tale: in sostanza “piccola piccola”, non solo geograficamente. Fatta di raccomandazioni e mancanza di stile, di talento scomparso e spintarelle. Prima di morire recentemente, un geniale artista che era un alchimista e un mago, ha detto che la vera Biennale è a Lampedusa. E penso intendesse dire che la sofferenza, la generosità e l’autenticità che la contraddistinguono sono le caratteristiche esclusive del FARE ARTE. Quella VERA però. Che è come una pepita: nascosta e silente!

GC: Il 7 settembre scorso si è tenuta sull’isola la performance TESTIMONIANZE, da te ideata in collaborazione con il maestro Marco Nereo Rotelli, lo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun, il tunisino Tahar Bekri e la francese Muriel Augry-Merlino. I loro versi, collocati su dei manifesti e tradotti in 3 lingue (arabo, francese e italiano), sono poi stati affissi in tutta l’isola. Come nasce il progetto della performance e com’è stata accolta dai lampedusani e dai profughi?

GSS: Le persone dell’isola, che si occupano di poesia quotidiana, quella dell’accoglienza e dell’ascolto del diverso che sbarca sull’isola e viene accolto con tutti i suoi disagi, le sue paure, i suoi drammi, non sono ovviamente rimaste indifferenti alla materializzazione scritta dei loro gesti quotidiani. Anzi, sia i turisti che tutti i visitatori della mostra comprese le forze dell’ordine, qui numerose, hanno apprezzato, forse perché condividono con gli abitanti un destino di solidarietà e generosità. Solo le autorità, latenti, lasciano, come sempre a desiderare..

GC: Credi davvero che l’arte sia un veicolo di pace, unione e solidarietà per i popoli? Come contempli il business che muove e coordina tutto il sistema dell’arte contemporanea mondiale?

GSS: Credo che la fatica di riaprire un Museo Archeologico, chiuso da anni che peraltro custodisce Atena, una statua marmorea greca del V secolo, ripescata proprio nelle acque di Lampedusa, farla dialogare con artisti locali e internazionali che hanno concepito apposta una cinquantina di opere per supportare l’isola e molti le hanno donate come Marco Nereo Rotelli, sia un atto sciamanico. Credo che la performance poetica dal titolo TESTIMONIANZE da me ideata e curata con l’artista Marco Nereo Rotelli che si occupa anche di poesia visiva, dove un’affissione di poesie donate e concepite appositamente per l’isola e la sua difficile ma affascinante realtà, con testi di Tahar Ben Jelloun, un genio di sensibilità e amore con la A maiuscola, Tahar Bekri e Muriel Augry-Merlino, sia un gesto seppur piccolo per ripartire e rieducare al dialogo liberando fotoni di luce.

Il business dell’arte contemporanea esiste, ma Lampedusa, almeno quello, non l’ha ancora conosciuto e, di conseguenza, non ne è ancora stata intaccata. Per ora qui non ci interessa dato che ci sono ben altri problemi, da trasformare in opportunità.

VENITE A LAMPEDUSA! In barca, a nuoto, in bicicletta o in aereo!

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